Il racconto "Un caro ricordo" - autore Santino Mirabella di Catania - è stato selezionato come finalista nel Premio Amerino 2010, ringraziamo l'organizzazione e l'autore per aver acconsentito alla pubblicazione sul nostro quotidiano.
Quei turni erano certamente noiosi e frustranti; che accadesse qualcosa non era certo nelle loro speranze, ma che vi fosse almeno un guizzo di umanità, di vita, di novità.
Giravano tra quelle strade con la macchina di servizio e spesso si annoiavano anche a parlarsi.
Cosa dirsi, del resto, se non semplici commenti e considerazioni amare, in un crescendo di importanza, sulla vita, sulle donne, sulla carriera, sulle partite di calcio?
E così, annoiati, perlustravano le loro zone di competenza come se fosse una cosa utile.
Utile, magari, poteva certo esserlo in teoria; ma non conoscevano altri aspetti della pratica.
Una volta il loro tempo venne rubato da una vacca stesa sulla strada; nemmeno un ladro di bestiame, come in un qualsiasi posto decente ci poteva essere.
Per loro era lo stesso bestiame a creare problemi.
Una vacca sulla strada?
La pantomima, poi, per dirlo alla stazione, ai loro colleghi perché facessero venire qualcuno che la rimuovesse!
‘Chiamate per una cacca?’
‘Una vacca!’
‘Una sacca?’
‘Una vacca!’
‘Una zozzona?’
‘Una vacca vera. Distesa al sole.’
‘Chi è distesa al sole?’
‘La vacca.’
‘Quale vacca?’
A quel punto il più giovane si morse la lingua, grazie a Dio, proprio nel momento precedente al parallelismo che stava creando tra l’animale in questione e la genitrice del collega tonto all’ascolto.
Tonto, sì, ma che difficilmente avrebbe preso con filosofia quello che stava per essere detto.
Il problema era comunque nella stessa radio di servizio, all’interno della quale sembrava essere stata rinchiusa una cornacchia che divorava ogni altro rumore al di là del suo petulante gracchiare.
Se nel paese non succedeva niente, figuriamoci nelle campagne attorno, nella sua periferia; se periferia si può parlare ogni volta che si superava di qualche metro il cerchio di compasso che poteva essere tracciato per abbracciare tutto quello che veniva chiamato paese; quel giro di case, i negozi, la chiesa dove aveva cominciato il suo apprendistato un musicista del luogo, qualche piccolissima impresa che garantiva il lavoro ai più storici del paese e poi, per linea ereditaria, ai figli degli stessi.
Fondamentalmente, conoscendosi tutti, nessuno faceva niente di eclatante, riservandosi probabilmente le attività licenziose o simili nel circondario, o nella città, dove diveniva automatico intrupparsi in un gregge anonimo con due piedi invece di quattro.
Il più anziano, Sciacca, pensava ai fatti suoi, il più giovane, Nicolosi, pensava ai fatti della sua ragazza, sperando che essi riguardassero solo lei e non qualche altro bipede con i pettorali più consistenti dei suoi.
Erano, insomma, assorti in un ginepraio di distratta attenzione.
Lungo i margini del piccolo fiume, improvvisamente, videro però un movimento incongruo, una figura curva e certamente non aitante che trascinava un carretto con qualcosa di voluminoso che ballonzolava ad ogni pietra o buca del tragitto.
Si diedero di gomito ed osservarono per qualche minuto; apparentemente non vi era sentore di nulla di illecito: la persona appariva anziana e certamente non sembrava uno svaligiatore in fuga o qualcosa di simile; più che altro la sua immagine creava un suggestivo disegno sullo sfondo del fiume, un quadro in movimento, di quelli però da interpretare.
Le capacità artistiche dei due carabinieri non ne rivestivano però di alcuna dignità poetica e decisero di avvicinarlo; quantomeno la noia avrebbe trovato un rifugio temporaneo e potevano scrivere qualcosa in qualche rapporto, giusto per non scivolare nella anchilosi manuale; era più di un mese che non succedeva niente: in un mondo che precipita tra l’arroganza e l’illegalità, quella loro zona era un’isola di buone creanze.
Girata la macchina, tornarono indietro e per qualche decina di metri anche loro finirono sulla strada sterrata che costeggiava il fiume.
L’uomo sembrava non averli visti, o, se li aveva visti, sembrava allora disinteressarsene; a livello tale da infastidirli.
Si fermarono allora qualche metro avanti il teorico tragitto del carrello, scesero ed aspettarono che fosse la loro preda a presentarsi davanti, volente o nolente.
E in effetti quel signore quasi finì per investire i due militari, fermando il carretto a pochi centimetri; Nicolosi, indefesso, non intendeva smuoversi attendendo in plastica posa l’ambiguo trasportatore; ma all’ultimo non riuscì a fare a meno di fare un piccolo salto all’indietro, pestando il piede al collega e mortificandosi oltre misura.
Si ricomposero, per assumere un ruolo anche esteticamente interrogativo; ma tutti sembravano pronti per un fotografia: sia loro che il carrettiere assunsero un aspetto statico, in attesa di chi prendesse l’iniziativa.
Fu il carabiniere più anziano a parlare per primo:
‘Prego?’
‘Io non ho chiesto niente.’
Cominciamo bene, pensarono.
‘Io le chiedo: prego? Cosa sta facendo, cosa porta?’
‘Roba mia.’
‘Tutto ha però un nome.’
‘E questa è roba mia, senza nome.’
L’atteggiamento non era dei migliori; certo l’uomo non era sensibile alla divisa che gli stava di fronte e bisognava sensibilizzarlo.
‘Documenti.’
‘Non li ho.’
‘Il nome. Ce l’ha?’
‘Sono Mastro Piero; non mi conosce? Sono il calzolaio del paese.’
Il giovane carabiniere, Nicolosi, era da pochi mesi in paese e non conosceva – per distrazione, per lavoro, per carattere – quasi nessuno; ma l’anziano Sciacca, in effetti, poteva essere più attento: vero, era il calzolaio, lo zio di Peppino, il giovane che serviva nel bar dove consumava la sua scialba ma essenziale colazione mattutina, un cappuccino senza adrenalina…
‘Mastro Piero; così non la riconoscevo. È tutto sporco, sdrucito. Che ha fatto?’
‘Sono andato a prendere un cosa mia, ora vado a casa. Se mi lasciate passare…’
L’aria del fiume volgeva i capelli come le pagine di un libro; specialmente il riporto di Sciacca, che ingloriosamente volteggiava come un tergicristallo.
Conosciuto o non conosciuto, il carattiere estemporaneo destava legittima curiosità: sporco era sporco, i vestiti erano stracciati all’altezza delle ginocchia e in più punti della camicia.
I tre si guardavano e il calzolaio sembrava realmente perplesso sul perché di quell’intervento; pensava di essere ormai vicino al suo ritorno a casa e invece quei due militari si frapponevano fastidiosamente, e senza motivo, al suo imminente riposo.
Perché, stanco… era stanco; non ce la faceva quasi più ed arrivare presto era più una necessità che un desiderio.
Ma le cose non sembravano così immediatamente semplici; e poi sul carretto, insomma, vi era qualcosa di misterioso, di voluminoso coperto da una coperta; e bisognava pur vedere di cosa di trattava.
Sciacca indicò a Nicolosi il consistente involucro, Nicolosi equivocò il gesto, parendogli un moto di semplice compassione per l’anziano calzolaio e lo replicò, come a dire: poveretto!
Sciacca gli diede allora un colpo con il gomito, Nicolosi si voltò come a dirgli: sì, ho capito, poveretto!
‘Nicolosi! Il carro! Guarda sopra il carro!’ gridò improvvisamente, fuoriuscendo dal contesto che fino a quel momento ovattava la scena.
‘Agli ordini!’ e si avvicinò al carro.
‘Fermi. È roba mia.’ protestò Mastro Piero, cercando di spostare di lato il suo carro, che non essendo dotato di servosterzo non si spostò nemmeno di un centimetro.
‘Aspetti, vogliamo solo controllare. Formalità.’ ed allungò la mano, nel bel mezzo delle imprecazioni che Mastro Piero smozzicava a mezza voce.
Sbattendo le nocche sopra quella coperta, risuonò un rumore sordo; qualcosa di duro aveva replicato al suo bussare; allungando la mano ai lati, capiva che vi era qualcosa di grosso e di legno; quasi a non cedere subito alla legittima curiosità, continuò, sotto la sguardo curioso di Sciacca, a tastare la forma di quell’oggetto passandovi la mano sopra, ma senza sollevare la coperta.
All’improvviso ritrasse la mano velocemente, spaventato ed agghiacciato da quello che i sensi tattili gli suggerivano; balzò anche all’indietro, quasi pestando nuovamente il piede di Sciacca e senza riuscirci solo perché anche lui, stavolta, istintivamente, aveva accompagnato il balzo di Nicolosi con un balzo parallelo e solidale.
‘Che c’è?’ gli chiese Sciacca.
‘Roba mia!’ ripeteva Mastro Piero senza fantasia.
‘Là, là. – indicava Nicolosi, dimentico dell’esistenza di altre parole – Là, là.’
Sciacca francamente non aveva capito niente; qualunque cosa fosse avvolta dalla coperta, perché doveva creare così paura al suo collega, un tipo noiosetto che mai aveva visto fibrillare per qualunque cosa?
‘Roba mia. Lasciatemi andare a casa.’
A quel punto Sciacca prese il coraggio e l’iniziativa a piene mani e scoperchiò quella forma, saltando indietro a sua volta.
Dall’ammasso di coperte emergeva inconfondibilmente la sagoma teatralmente spettrale di una bara; ebano nero, silouette snella e tradizionale, impudicamente esposta alla luce che si affievoliva con il tramontare di quella strana giornata.
Una bara.
Una bara?
‘Una bara?’ chiesero entrambi i carabinieri.
‘Una bara. – replicò Mastro Piero come se fosse la cosa più normale del mondo – La bara è mia.’
‘E che te ne fai?’
‘C’era dentro mia madre. Voglio riportarla a casa e custodirla. È un caro ricordo, legato agli affetti.’
‘C’era? È vuota?’
Sciacca bussò e, come prima Nicolosi, sentì un suono di vuoto.
Mastro Piero si era messo da parte, ormai rassegnato ad un controllo in piena regola e pazientemente in attesa.
Sciacca e Nicolosi si avvicinarono circospetti alla bara, come se il suo solo esserlo poteva espandere malefici; o portare sfiga.
‘C’era tua madre? C’era? Ora dov’è?’
‘Sempre là, a casa. Nella sua nuova casa. Tre giorni fa è morta mia sorella.’
‘Anche lei! E allora volevi riutilizzarla?’
‘No. Questo è un bene di famiglia. Mia sorella è nella sua, in quella che aveva già da tempo.’
‘Già da tempo? Vi comprate le bare in anticipo?.’
Sciacca e Nicolosi si guardarono; non è che capissero bene tutto.
Il loro interlocutore pareva infastidito, sì, ma tranquillo, come se fosse normale passeggiare, in sul calar del sole, con una bara sopra una carriola.
Non avevano sufficiente dimestichezza con le anomalie del loro mestiere e della vita in generale; gli imprevisti li accoglievano come passanti che chiedono una informazione e poi si allontanano, figuriamoci un caso strano come questo.
Che fare?
Girarono ancora attorno alla cassa da morto, non lustra e splendente ma ancora, certamente, in discreto stato; si vedeva, insomma, che non era nuova.
Ma la sua ragion d’essere non sembrava loro potesse essere altrimenti da quella di custodire i morti. Per un lungo periodo. E senza essere riciclata…
Però erano certamente presi alla sprovvista; Nicolosi guardava Sciacca, suo superiore e più esperto; Sciacca guardava Nicolosi, più giovane e quindi forse più pronto, più fantasioso.
Certo, non avevano motivo di sequestrare a prescindere; non ci vuole una autorizzazione per passeggiare con una bara, né esiste il porto di bara come un porto d’armi; non c’erano elementi che facessero ritenere una ricettazione di bara, venduta in qualche mercatino rionale o da qualche sciacallo senza coscienza.
Però, forse, certo, problemi sanitari… c’era sua madre.
‘Ma scusa, tua madre è sempre al cimitero ma senza bara? E dove si trova, nella fossa comune? In un’altra tomba? Sparsa come concime?’
‘Ma insomma! Non ho fatto niente di male. Ho ripreso la mia bara. L’ho comprata e ora me la riporto a casa.’
‘Ma tua madre – ti fosse sfuggita la domanda – dov’è?’
Mastro Piero, vinto da una certa stanchezza, si piegò lentamente, assecondando le giunture già di per sé scricchiolanti per l’età ed ora anche stanche oltremodo per la fatica, e si sedette per terra, ai piedi imbarazzati di Nicolosi, che con gli occhi chiedeva a Sciacca come comportarsi.
‘Mia sorella è morta ed ho preso la sua bara, dalla cantina. L’avevamo da qualche anno, siamo previdenti. Al funerale eravamo solo io ed il prete; e la sua bara nuova e bellissima, più elegante di qualsiasi letto dove si era mai coricata. Ed io sono rimasto senza, con la cantina svuotata. Erano due bare bellissime. Ora in quella di mia sorella ho riunito quello che restava di mia mamma. Di mio padre non ho mai saputo niente; e per lui un posto con loro non poteva certo esserci. Ma mia mamma e mia sorella erano una cosa sola e lo sono ritornati. Stanno assieme e la mia bara me la riprendo.’
‘Ma una bara… una volta dentro… una volta al cimitero, quando uno viene…’
Nicolosi non dava gran sfoggio di presenza o di fantasia.
‘Che facciamo?’ chiese alla fine.
‘Chiamiamo il Sindaco; il cimitero è comunale.’
‘E che fa? Presenta querela per cosa? Se la bara è del Mastro, non c’è furto. Violazione di domicilio cimiteriale?’
‘Eh, sì. Violazione di domicilio.’
‘L’estremo domicilio; i padroni di casa dovrebbero presentare querela. A chi la chiediamo, che è il loro procuratore legale? Il prete?’
‘Nicolosi, non dire sciocchezze. Allora… un cimitero ha un ingresso; l’ha forzato. Ha danneggiato.’
‘Ecco il Sindaco, allora. Chiediamo a lui, vediamo che si può fare. C’è un custode, lo ha fregato.’
Mastro Piero sembrava assente da quelle discussioni; guardava la sua bara, con una manica aveva anche tolto delle macchie che sembravano non voler andar via, affezionatesi anche loro a quella struttura in legno che pareva il centro di un problema non da poco.
‘Mastro Piero, ma come è entrato nel cimitero?’
‘Il portone è sempre aperto, lo avete scordato? Sono andato nella mia cappella e mi sono ripreso la bara. Sono stanco, ho lavorato per ore. Mi fate andare a casa o dobbiamo passare la serata qui?’
‘Ehi, Mastro, non ci allarghiamo. Qui dobbiamo risolvere la questione.’
Il Mastro non parlò più, ritenendo che la serata dovesse essere destinata a protrarsi senza soluzione di continuità; lui voleva andare a casa a riposarsi, e invece quei due dovevano creare guai!
‘Se il cimitero è aperto, non c’è nemmeno violazione di domicilio; o di proprietà comunale. È entrato, si è fatto un giro…’
‘Sì, ha preso un caffè… Nicolosi, qui le cose non possono andare. Chiamiamo il Capitano, chiamiamo il Sindaco. Che dobbiamo fare, passare la serata a girare intorno alla questione?’
‘Qualcosa sulle salme… qualcosa sulle salme. Occultamento?’
‘Non ho occultato niente! – protestò Mastro Piero, che evidentemente ascoltava più attentamente di quello che sembrava – Io ho riposto i resti di mia mamma nella bara di mia sorella e l’ho messa nello stesso loculo. Non ho mischiato, nascosto, occultato niente.’
‘E questo è vero.’ dissero in coro i carabinieri.
‘La pietà dei morti offesa? Dove la mettiamo?’
‘E chi l’ha offesa? Mia mamma e mia sorella ora sono insieme e saranno più contenti. I resti li ho sistemati con cura, ho ripulito tutto. Ho più pietà io dei miei morti che tutto il paese per i suoi vivi.’
Ci mancava la filosofia pragmatica, pensò Sciacca, che a volte ricordava qualche parola particolare e la applicava ai suoi discorsi; anche a quelli con se stesso, l’uomo che lo capiva meglio, meglio di sua moglie e dei suoi figli, meglio del capo, meglio di tutti.
In effetti, però, le parole del calzolaio non erano peregrine, assumevano piena dignità argomentativa che sembrava difficile scalfire.
Sciacca e Nicolosi iniziarono a girare intorno alla bara, ormai più familiare di prima e certamente meno ‘spaventosa’ nella sua silente presenza.
Quasi contemporaneamente pensarono, però, di non averla ancora aperta; che era vuota lo diceva Mastro Piero, lo diceva il rumore sordo; ma non l’avevano detto gli occhi.
‘Apriamo!’ disse Sciacca al concorde ma perplesso collega.
‘Apriamo.’ confermò Nicolosi, ma con ben altro tono di voce.
Si misero ai lati, mentre Mastro Piero riprendeva a masticare parole probabilmente licenziose.
La bara si lasciò aprire strisciando il coperchio, stridendo come un lamento e prospettando un buco nero immaginifico ed altrettanto intimidente.
Ora formava una ics, tra la base ed il coperchio, lasciando scoperta la parte superiore e la parte inferiore.
‘Guarda.’ disse Sciacca a Nicolosi.
‘Perché io?’ chiese Nicolosi a Sciacca.
‘Perché io controllo così tutto quanto è circostante.’
La spiegazione non appariva particolarmente congrua, ed era manifesta la sua vera natura di scusa malriuscita.
‘Perché io sono un tuo superiore.’
Anche questa non era una spiegazione congrua, però rientrava in una logica maggiormente riconoscibile e Nicolosi non obbiettò.
Così, facendosi coraggio, il giovane militare si allungò sul carro, tenendosi con una mano in equilibrio; sporse il viso all’interno della bara, non vedendo alcunché sia per il buio oggettivo che ormai si era fatto sia per il buio che iniziò a prendergli la vista per il cattivo odore che lo investì subdolamente, fino a fargli quasi perdere i sensi.
Cadde veramente per terra seduto, accanto a Mastro Piero, che aveva l’atteggiamento di chi sapeva che finiva così e, quindi, peggio per loro, non chiedessero niente a lui…
‘Fa cattivo odore…’ riuscì a dire con delicato eufemismo.
‘Tu! – disse Sciacca al calzolaio, passando così rapidamente al ‘tu’ per la rabbia per il suo povero collega semisvenuto – Tu non potevi! Hai visto?’
‘Ho visto cosa? – replicò seraficamente il Mastro – Mica ve l’ho detto io di curiosare. Ve l’ho detto che era vuota; ve l’ho detto dov’era. Voi stessi lo sapete che è una bara: vi sembrava il forno di un panettiere?’
‘Non fare ironia; ora ci segui.’
‘Dove?’
Già dove? Che facevano, sequestravano veramente la bara? E a chi la davano in custodia? Chi se la teneva? E per cosa, poi, ché non erano riusciti a pensare a niente di consistente.
Le Autorità sanitarie, certo; ma per sequestrare ci voleva qualcosa di più consistente.
Puzza molesta.
Quella sì che era consistente.
Nicolosi si guardava attorno con l’aria di chi si chiede il perchè non si trova comodamente altrove; si risollevò da terra aiutato da Sciacca e seguito dal Mastro, che voleva prendere in mano la situazione e potere così andare a riposare.
‘La bara è mia, a casa ho tutto conservato: le fatture, i documenti. La cappella è mia. La madre è mia. E poi la cassa è in buone condizioni. Non c’è motivo di tenermi qui, voglio andare a casa, sono stanco. Voi siete in macchina, io vengo a piedi dal cimitero e devo arrivare fino a casa. Io ho la mia età, a casa non ho nessuno che mi possa aiutare. Voglio andarmene presto, se mi trattenete senza motivo fate un’ingiustizia, fate un sopruso. Basta.’
‘Basta lo diciamo noi.’ dissero all’unisono i carabinieri, ma tanto per darsi un tono; non potevano certo accettare che il ‘basta’ provenisse da un loro fermato.
‘Ma cosa sto facendo di male? – ripetè l’uomo – La bara è mia, è roba mia! C’erano le spoglie di mia madre, la voglio riportare a casa e custodirla; è un caro ricordo, un fatto legato agli affetti. Non ho più nessuno a casa, mi resta questo. Potrò trovarla quando torno a casa, potrò avere davanti, e non solo dentro, un mio ricordo. Per favore, fatemi andare a casa, sono stanco.’
Sciacca iniziò a riflettere sul da farsi, mentre Nicolosi era ormai un fuscello in preda alla bassa pressione e privo di capacità decisionali (se mai le avesse avute).
Poco dopo in paese suscitò grande curiosità vedere la macchina dei carabinieri che scortava una carretto trasportato da un carabiniere e con sopra una bara.
Nicolosi aveva sostituito Mastro Piero per giovanile pietà (imposta però da Sciacca) e, mentre il calzolaio si era appisolato sul sedile posteriore della vettura, e scivolando non era visibile da nessuno, quello strano consesso appariva indecifrabile e, proprio per questo, rivestito di significati disparati.
Pian piano alcuni paesani iniziarono ad accodarsi dietro Nicolosi, che tratteneva a stento le imprecazioni, così parendo divorato da un dolore indecifrabile ed indescrivibile.
Senza sapere alcunché, via via si creò un corteo di affranti affiliati, dall’aria compunta e sentita, pronti ai commenti amari sulla vita ed i suoi significati.
In attesa delle Autorità sanitarie competenti, i due militari non ebbero cuore di svegliare Mastro Piero, palesemente avvilito dalla stanchezza, e fermarono la macchina ed il carretto in un angolo della piazza, con il suo corteo improvvisato ed addolorato.
Nessuno faceva domande, temendo forse di dimostrare di non sapere qualcosa che doveva certamente essere di dominio pubblico.
Quando dalla chiesa limitrofa uscì il parroco per benedire la bara, Nicolosi e Sciacca non sapevano più se ridere o piangere.
Ma del resto il dolore di ognuno trovava lo specchio nei ricordi e nelle estemporanee manifestazioni di quei ricordi; parlare, raccontare, domandare, sembrava quasi guastare una atmosfera, un afflato di solidarietà e sensibilità che aveva rapito tutti, ognuno con la propria sensibilità, ognuno con il proprio addolorato ricordo.
Nessuno chiedeva e nessuno, quindi, era tenuto a rispondere.
Aspettando, mentre Mastro Piero dormiva pesantemente disteso scompostamente dentro la macchina, Nicolosi e Sciacca si misero sull’attenti ai lati della bara, come un picchetto d’onore, vegliando sulla solitudine di quell’uomo solo.
Spazio agli autori: Un caro ricordo
















