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Spazio agli autori: Il ladro

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Questo racconto di Maria Laura Aloisi (Amelia - TR) si è classificato al 1° posto nel Premio Amerino 2010. Ringraziamo la direzione del Premio e l'autrice per aver acconsentito alla pubblicazione sul nostro quotidiano. Buona lettura.

 


Chiudo il libro di Geometria. Per oggi è tutto.
Mia madre ha già urlato due volte che ha fretta. Ha premura di andare da zio Biagio in ospedale prima che passino la cena, perché “lui quella pastina sciacquata non la deve mangiare”.
« Hai visto quant’è sciupato? Gli ho preparato un bel brodo di gallina e i tagliolini all’uovo. Questi lo rimettono in forze presto presto ».
Passa il giorno a cucinare. Cucina e prega e ogni sera porta il pasto al fratello, nutrendo così il cancro che lo divora da mesi. Sotto il lenzuolo, il corpo è una linea sottile, un segmento compreso tra un vagito e un sospiro. Appena entriamo nella stanza, ci sorride e poi docilmente si lascia modellare dalle mani frenetiche di mia madre che lo mette seduto, lo incastra tra i cuscini, lo imbocca e lo accarezza, proprio come farebbe una bambina con la sua bambola di porcellana. Quando lei si allontana, zio Biagio mi fa cenno di avvicinarmi. Sono rimasto tutto il tempo in piedi al suo capezzale, evitando accuratamente di invadere lo spazio aereo di mia madre.
« Valentì, ti ricordi che zio ti raccontava la storia della valigia? »
Mi affretto a fare cenno di sì con la testa sperando di non doverla ascoltare un’altra volta. La conosco a memoria: lui era addetto ai bagagli della stazione, un giorno uno sconosciuto gli lascia in consegna una valigia. Solo per poche ore, a suo dire. Poi però non si fa più vivo.
« Il 12 Agosto saranno giusti giusti ventisette anni che custodisco quella valigia. Non l’ho mai voluta aprire, perché lui mi disse di tenerla cara, come fosse stata la mia vita e mi regalò cinquecentomila lire. Te l’ho raccontato vero Valentì? »
Di nuovo faccio cenno di sì con la testa ma questa volta più lento e annoiato. Mi afferra il braccio con la mano ossuta e al contatto rabbrividisco. È gelida. Le linee azzurrine sotto la pelle bianchissima sono soltanto segni d'inchiostro.
« Io non ci arrivo a Ferragosto e tu devi badare a tua madre, perciò la prossima volta che vieni portami la valigia che la apriamo assieme. Magari dentro ci sta qualcosa di valore ».
« Zio, io ho l’esame di geometria tra poco, non so se … »
« Ah, ma tu sei bravo. Quando mai t’è andato male un esame! »
Mia madre sistema la biancheria pulita nel comodino. Zio Biagio la guarda, ma non trova le parole, così le accarezza i capelli « Agata, quanto sei cara »
Non aggiunge altro. Si volta e piange in silenzio.
Nella confusione che mi circonda, la simmetria è un paradosso. Non c’è alcuna armonia nelle proporzioni della realtà e le combinazioni umane appaiono grottesche. Zio Biagio è morto la notte scorsa. Dentro il vocio sommesso che accompagna il lutto, mia madre ed io abbiamo composto il corpo. La pelle graffiata dai pettini della chemioterapia racconta il destino racchiuso nel nome che portava. Nella mia famiglia nessuno ha avuto scampo. Prima toccò a zio Cosimo, il più piccolo dei fratelli di mia madre. Morì in un incidente automobilistico mentre andava a lavoro. Era infermiere. La stessa Agata, mia madre, dovette rassegnarsi all’asportazione di una mammella quando aveva poco più di quarant’anni. Ed io mi chiamo Valentino, orfano da parte di padre, martire da parte di madre. Tuttavia se il mio destino è di perdere la testa, ormai è già compiuto.
Devo mantenere l’impegno preso con zio Biagio, così, di ritorno dal cimitero, vado a cercare la valigia in camera sua. In realtà è una ventiquattrore di pelle scura, con una chiusura di sicurezza. Provo ad aprirla con un temperino, poi con una forcina come fanno nei film di spionaggio. Niente da fare. Mi pento di non aver mai partecipato alle sedute di bricolage di zio Biagio; se avesse deciso di venir meno alla parola data, ci avrebbe messo due secondi netti a forzare questa serratura.
Il citofono gracchia l’arrivo di un ospite inatteso. L’ascensore singhiozza arrivando al piano e mentre le labbra metalliche si richiudono, mia madre è già sull’uscio, pronta ad accogliere un altro ritardatario del corteo dolente.
« Valentì, c’è Donatella! » Davanti alla porta d’ingresso mia madre la investe con un fiume di domande « Ma non eri in Inghilterra? Quando sei tornata, come l’hai saputo, l’hai saputo di Biagio, si? »
Poi dà il via alla litania dei tormenti e delle virtù del povero fratello morto.
« Il Signore se l’è preso perché era troppo buono per stare a questo mondo guasto». Stretta in un abbraccio soffocante Donatella mi sorride rassegnata.
« Vai da Valentino Donatè, magari con te si sfoga un poco. Lo sai com’è lui, no? Si tiene tutto dentro, tutto dentro ».
Ce ne andiamo in camera mia, seduti sul letto, come facevamo una volta, anche se ora è tutto diverso. Non è stato crescere che ci ha allontanato, è stato il voler diventare grandi a tutti i costi.
Dopo la maturità, Donatella era già una donna in tutto e per tutto: sicura di sé, determinata e bellissima e ciò l’ha resa irraggiungibile. Ho fatto del mio meglio per apparire, ai suoi occhi, affidabile e giudizioso, sperando di rientrare in gioco magari nei supplementari ma Donatella non ha bisogno di costruirsi un futuro, perché a quello ci ha già pensato suo padre. Lei può concedersi il lusso di disapprovare famiglia, governo e istituzioni, tanto poi ad aprire il paracadute ci pensa papà. Ciò nonostante la adoro, perché nell’enfasi dei suoi proclami c’è passione, forza e autentica partecipazione. Anche adesso, con la mia mano tra le sue, sento che è l’amica più sincera che io abbia mai avuto.
Le parlo di questo strano dolore che ha messo radici nel mio cuore, del rifiuto ostinato che la ragione pone dinanzi al sentimento. Zio Biagio ha vissuto con noi da sempre, è quanto di più vicino a un padre io abbia avuto, tuttavia non era mio padre. Ed io lo so bene. È per questo che non riesco a piangere per lui?
« E questa che cos’è? » Dice guardando la valigetta.
«Quella è la famosa valigia di zio Biagio. Te la ricordi la storia del riccone misterioso che … »
« E come no? Poverello, l’abbiamo preso in giro per anni. Cavolo però, allora esiste veramente! E non l’hai ancora aperta? »
« Non ci riesco. Ho provato pure con una forcina, ma … »
« Sì, la forcina! Dà qua, Arsenio Lupin, che ti mostro io come si fa ».
Come niente la apre davvero. E infatti, la cerniera fa click e scatta come risvegliata dal bacio della chiave giusta.
Ride compiaciuta quando le chiedo con una certa inquietudine « Ma chi cavolo frequenti questo periodo Donatè? »
Con due colpetti leggeri delle nocche sulla porta della camera, mia madre si annuncia. Apre appena e fa passare un vassoio con due tazzine di caffè, dopo di che si eclissa di nuovo in cucina. Non c’è nulla di più imbarazzante di una madre ruffiana. Donatella svuota il contenuto della valigetta sul letto e comincia a rovistare smaniosa. Non c’è molto, solo carte, documenti e ritagli di giornale. Zio Biagio non avrebbe retto alla delusione di aver vigilato diligentemente per tanto tempo su un inutile cumulo di cartacce. Era convinto che quell’uomo elegante, dai modi decisi, l’avesse scelto come custode di un immane tesoro e aveva accettato devotamente l’incarico per ventisette anni, in attesa di una giusta ricompensa.
Povero zio. Dopo aver covato la speranza per un quarto di secolo, subisce, da morto, anche l’umiliazione di una schiusa infeconda.
Donatella continua ostinatamente a frugare nelle fessure interne della valigetta.
« Ti ricordi che tuo zio diceva che quel tipo gli aveva regalato cinquecentomila lire? »
« Certo che me lo ricordo. Con quei soldi comprò un frigorifero a mia madre e lei ancora dice che quello è stato il più bel regalo di compleanno che abbia mai ricevuto ».
« Perché mai gli avrebbe dato quei soldi se non per assicurarsi la sua lealtà? »
« Forse gli aveva fatto pena, magari era uno stronzo arricchito che nella caldana d’agosto ha pensato di graziare un poveraccio. Ne avrà fottuti centinaia, ma si è sgravato la coscienza beneficandone uno per tutti! »
Adesso, se fossi solo, riuscirei a piangere. Lo farei per la rabbia di non poter rendere giustizia all’unico uomo veramente giusto che abbia mai incontrato.
« Sai chi è lo “stronzo arricchito”? » mi chiede Donatella.
Certamente non posso saperlo e le rispondo con una smorfia.
« Si chiama Hans Köhler. E senti qua che dice questo ritaglio di giornale. Pare che il tipo abbia vinto anche un importante premio di poesia internazionale ».
È soddisfatta, se non altro per essere riuscita a dare scacco al mio pessimismo.
« Guarda Vale, c’è anche una sua foto ».
Tra le mie dita la carta è molle e avvizzita come la pelle dell’uomo che vi compare in posa rigida, come davanti a un plotone più che all’obiettivo del fotografo. È la pagina di un quotidiano italiano e in alto si legge ancora la data: 16 novembre 1982. Potrebbe essere lui. Zio Biagio lo aveva descritto come un uomo alto, robusto, ma molto elegante. Diceva di aver capito subito che non era italiano, perché lo aveva salutato con garbo e educazione prima di chiedergli le informazioni che gli occorrevano.
« Me lo so’ trovato davanti come un’apparizione » Diceva zio Biagio. «Prima c’erano solo i binari cotti sotto il sole e poi, all’improvviso, compare stò Sant’Antonio. Avrà avuto almeno settant’anni, ma era bello, elegante, tanto che nonostante l’arsura teneva la camicia abbottonata con tanto di cravatta. Ormai non si usa più ». Aggiungeva avvilito. « Mò la gioventù va in giro coi pantaloni calati, non sanno manco com’è fatta ‘na cravatta! »
Donatella m’incalza « Lo sai che cosa faceva quel giorno alla stazione?»
Questo gioco le piace proprio, così le propongo un altro sberleffo.
« Aveva un appuntamento con un editore a Roma, proprio quel pomeriggio! C’è un bigliettino qui, con la data e l’ora dell’incontro ».
Ricalco i contorni della sagoma del ricco Epulone e osservando meglio l’immagine ingiallita mi pare di cogliere, nei suoi occhi, una lacrima d’inchiostro. Vedo lo stesso uomo che zio Biagio vide quel giorno: maestoso, elegante nel suo doppio petto blu, con il volto indurito dal tempo.
Penso che sarebbe utile saperne di più. Accendo il computer e prendo posto davanti allo schermo.
« Bravo Vale! Stavo appunto per proporti una bella ricerca su internet ».
Mi domando se non significhi davvero nulla la complicità che unisce Donatella e me praticamente da sempre. In passato ho creduto che fosse la misura del mio sentimento per lei, come se fosse la taglia dell’amore. Un abito su misura che veste alla perfezione due persone soltanto. Dall’una all’altra i pensieri fluiscono senza grinze, scivolando sulla pelle proprio come ora scivolano i suoi capelli sulla mia spalla. Sta in piedi dietro di me, incurante del mio turbamento, tesa alla risoluzione di questo nuovo mistero.
« Potremmo cercarlo e restituirgli la valigetta. Magari è accaduto qualcosa che gli ha impedito, all’epoca, di tornare alla stazione ». Si agita cercando con lo sguardo un’altra sedia, ma la mia stanza è poco più grande di un corridoio e dove non c’è l’ingombro di mobili ci sono pile di libri e fumetti. Un colpo sordo, poi l’inevitabile imprecazione.
« Ahia! Ma che cazzo, c’hai la cameretta dei puffi! Vedi di fare un poco d’ordine qui dentro! »
« Vedi di non dire scemate piuttosto! È già vecchio in questa foto, ormai avrà cent’anni! » Mi scappa da ridere, mentre lei raccoglie la valigetta che è caduta dal letto dopo l’urto.
Il motore di ricerca carica lentamente sullo schermo una vecchia immagine di Hans Köhler, una sua fotografia, trentaduenne, con la divisa militare nazista. Resto senza fiato. Per effetto della bicromia il volto del giovane Köhler ha gli zigomi scavati di grigio scuro. Il corpo magro allunga la sua ombra sullo specchio di una pozza di fango. Alle sue spalle s'intravede una torretta che sorveglia un recinto di filo spinato. La prospettiva gli conferisce le sembianze di un gigante sorridente, con i denti bianchi, senza labbra e quel ghigno compiaciuto lacera l’insieme rendendo l’intera immagine ancora più tragica.
Donatella cerca di richiamare la mia attenzione: ha appena scoperto che nella valigetta c’è una specie di doppiofondo, ma io non posso darle retta. Sono rapito dallo sguardo enigmatico di Hans e dalla notizia della sua morte, avvenuta a quanto pare, proprio nel 1983 in Italia. Leggo ad alta voce dalla pagina del quotidiano:
« È stato rinvenuto, grazie ad una segnalazione anonima, nelle acque del lago di Bracciano, il corpo di Hans Köhler, il poeta scomparso il 12 Agosto scorso. Addosso all’uomo è stato ritrovato un foglio dattiloscritto che pare essere, a tutti gli effetti, il resoconto di un processo nel quale Köhler era accusato di crimini contro il popolo ebreo. Ricordiamo che Hans Köhler salì agli onori della cronaca nel Dicembre dello scorso anno, dopo la pubblicazione della raccolta di poesie scritte durante la seconda guerra mondiale, quando era tenente dell’esercito tedesco. Con la fama e il riconoscimento per le sue liriche d’amore, per Hans Köhler arrivarono anche i sospetti e le accuse di essere stato uno dei più spietati e crudeli carcerieri dei campi di Drancy, prima, e di Auschwitz dopo. Dal 1967 a oggi, sono circa trenta le persone sospettate di essere criminali nazisti delle quali non si hanno più notizie. Gli inquirenti ritengono che dietro questo ennesimo omicidio ci sia la regia di un'organizzazione segreta che rintraccia e sommariamente giudica i presunti criminali di guerra. La comunità letteraria internazionale si dice sconcertata e addolorata per la tragica perdita, mentre i familiari del poeta scomparso, respingono con decisione le accuse e annunciano che sarà presto istituito un premio letterario a suo nome. Dai primi rilevamenti sul corpo, pare che l’uomo sia stato giustiziato con un colpo di pistola ».
Mi volto a cercare lo sguardo di Donatella: è una statua di sale e tiene tra le mani il taccuino che ha trovato nel fondo fittizio della valigetta.
“ J’ai peint ton visage sur la lune et chaque nuit je te regarde.
Si seulement je t’avais embrassée alors, quand la guerre était loin et toi si proche. Quel goût ont tes lèvres Cécile?”
Declama in francese con la voce rotta dall’emozione e poi mi guarda col mare in tempesta che trabocca dagli occhi: « Come si può scrivere una cosa tanto struggente e allo stesso tempo contribuire alla morte di milioni di persone? »
Non ho capito molto di quello che ha letto, ma mentre parlava, dalle sue labbra pareva pendessero rosse e profumate amarene. Donatella mi chiede di verificare se Köhler usasse uno pseudonimo. Continuo a leggere ad alta voce saltando dalle informazioni di Wikipedia alle notizie dei giornali dell’epoca.
« Cerca meglio » mi dice poggiandomi una mano sulla spalla. « Ho un terribile sospetto ». Mi domando cosa la turbi tanto, quale sia il suo timore, ma capisco che non sarò io il suo eroe, nemmeno questa volta. Infatti, ha già in mano il cellulare e la sua voce si è fatta sottile e melodiosa. Sottovoce mi spiega che è al telefono con il suo professore di letteratura moderna. Mi assicura che se c’è qualcuno che conosce la poesia contemporanea, quello è proprio Giorgio. Così adesso so qual è il nome dell’invisibile artista che ha dipinto la “Donatella innamorata” che ho davanti.
« Gli ho dato il tuo indirizzo e-mail. Ci manderà tutto il materiale che ha ».
« Così te la fai col professore, eh? » le dico e la mia voce è una lama che mi ferisce la gola. « Punti sempre all’apicale a quanto vedo! »
« Se avessi voluto puntare in alto, mi sarei fatta direttamente il rettore, stronzo! Il mio rapporto con Giorgio non ha nulla a che fare con il suo ruolo ».
Cerco di fare ordine nel caos della mia testa, ma i fili della ragione sfuggono, seguendo le traiettorie imprevedibili di una geometria senza regole. Donatella guarda fuori dalla finestra, tra le sue spalle una ciocca bionda si è sottratta al controllo di un’acconciatura improvvisata, sfiorandole appena la nuca. Ha fermato i capelli con la mia matita disegnando arabeschi per le mani di un uomo che non sono io.
« Sai Vale » mi dice tranquilla. «Io non credo che le poesie del taccuino le abbia scritte Hans Köhler. Sono dedicate a una certa Cécile e poi chiuse tutte allo stesso modo: “per sempre Laurent”. Se quello non è il suo pseudonimo allora … ».
« Sei riuscita a capirci qualcosa? »
« Non perfettamente. Purtroppo il mio professore di francese era troppo vecchio per portarmelo a letto » ammicca provocatoria. « Giorgio ci manderà le traduzioni. È che ho la sensazione che ci sia qualcosa di più. Nulla sopravvive tanto a lungo senza una ragione e tuo zio forse aveva davvero il compito di custodire un tesoro, non credi? »
So bene di aver meritato il suo sarcasmo. Vorrei che avesse ragione, per zio Biagio certo, ma anche per me, perché nonostante tutto, adesso io potrei dividere con lei l’illusione di un autentico amore immortale.
Giorgio è più efficiente del previsto. Nella sua email scrive che Hans Köhler non ha mai parlato di nessuna donna in particolare nelle sue poesie. Anzi ha sempre sostenuto di aver solo immaginato, per anni, la sua amata fino all’incontro con sua moglie avvenuto intorno agli anni ’60. Ha sempre negato di aver prestato servizio nel campo di Drancy e del resto, le prove documentali finora trovate non forniscono alcun elemento certo per confutare quanto lui ha sempre sostenuto. Ci augura “buona caccia al tesoro” e ricorda a Donatella il loro appuntamento per la cena inserendo una faccetta buffa al posto del punto. Lei sorride intenerita mentre io sogghigno, immaginando l’attempato professore che insegue il suo ultimo scampolo di gioventù arrancando dietro a una donna che ha vissuto la metà dei suoi anni e che vivrà il doppio del suo futuro. Nell’allegato, comunque, ha inserito una copia del libro di Köhler con il testo originale a fianco, che naturalmente è in tedesco.
Scorriamo velocemente l’introduzione in cui lo stesso Köhler parla della sua esperienza durante la guerra. Dice di aver prestato servizio come responsabile degli approvvigionamenti in molti posti diversi. Scrivere poesie l'ha aiutato a credere in un futuro possibile dopo la guerra, così dice, e infine dedica la sua raccolta “a tutti gli uomini e le donne ai quali la guerra ha rubato i sogni”. Donatella siede ai piedi del letto tenendo in mano il taccuino.
« Leggine una Vale ma fallo lentamente ».
Mi sento a disagio ad entrare col sospetto nell’intimità di un altro. L’amore, anche quello appena sfiorato dalla penna di un poeta, impone riguardo.
“Mio amore, a te restituisco la mia vita, perché a te sola appartiene.
Non ai miei aguzzini, non al mio orgoglio”, la voce di Donatella si sostituisce alla mia “ma a te, che sola le infondi respiro. Mia Cécile, mia vita.
Per sempre Laurent”.
Mi mostra la pagina dalla quale ha letto. La poesia è la stessa. Nella versione di Köhler però, mancano le indicazioni della data e del luogo, che invece son ben leggibili nel libretto : Auschwitz, ottobre 1944.
« Guarda » dice indicando la prima riga scritta a mano sul taccuino. « Qui scrive “mia Cécile”, non “mio amore” come nel libro di Köhler ».
« Non so davvero cosa pensare. Potrebbe aver cambiato in seguito. Magari aveva deciso di occultare la sua identità e poi ci ha ripensato ».
Non la convinco. Alcune pagine del libretto sembrano più spesse delle altre. Col tempo e un bel po’ di umidità devono essersi appiccicate. Proviamo a separarle infilando un tagliacarte nelle fessure, ma al primo tentativo riusciamo solo a strapparne una parte. Tuttavia qualcosa è ancora leggibile, un nome: Lenv o forse Leny.
« Leggi Vale, ma dammi il tempo di capirci qualcosa ».
“ Ho dipinto il tuo volto sulla luna e ogni notte ti guardo.
Ti avessi baciata allora amor mio, quando la guerra era lontana e tu così vicina … Che sapore hanno le tue labbra amore? ”
« Eccola, è questa » e mi mostra i versi in francese che aveva letto poco prima. « Ma qui dice chiaramente “Cécile”, lo vedi? »
Sulla pagina che tiene aperta, in alto, sotto una sbavatura di grafite, si legge: Drancy - Dicembre 1943.

« Ascolta Vale, dobbiamo scoprire perché Köhler ha mentito. Se davvero non è mai stato a Drancy o ad Auschwitz, com'è entrato in possesso di questo taccuino? Sono sicura che c’è qualcosa sotto, altrimenti perché nasconderlo nel doppiofondo della valigetta? »
« Non so. È evidente che qualcosa non quadra, ma … potremmo provare a consultare i registri del campo di concentramento. A quanto ne so la burocrazia nazista era piuttosto efficiente. Tutto, nei campi, era registrato. Vale la pena tentare, che ne dici? »
Annuisce. Una lieve tristezza le vela lo sguardo mentre il sole indugia all’orizzonte.
« Ci vorrà un bel po’ per trovare quello che cerchiamo e tu hai un appuntamento con il tuo Giorgio, non è necessario che resti ». Calcia via i sandali e torna a sedersi sul mio letto, con le gambe incrociate e nessun dubbio sul da farsi.
« Vedi caro, il vantaggio di farsela con i nonnetti è che sanno essere riconoscenti. Non cedono alla tentazione di volerti controllare ad ogni costo ».
« Capisco … Delizie della gerontofilia ».
Ride forte e rido anch’io. Di lei e di me, inesorabilmente rapito dal fragore della sua bellezza.
« Sai che facciamo? » mi dice andando verso la porta. « Chiediamo a tua madre di prepararci qualcosa da mangiare, mandiamo un messaggio a Giorgio per dirgli che mi fermo qui e poi vado a fare pipì. Che te ne pare del mio programma? »
« Condivido appieno le prime mosse, per la pipì arrangiati da sola, le mie perversioni non si spingono così lontano ».
Mi risponde svegliando l’eco del corridoio.
« Non essere così modesto, in fondo hai frequentato l’oratorio, no? Di perversioni dovresti saperne qualcosa! »
Sul monitor sono visibili le finestre di ricerca. Ne apro ancora una: Auschwitz archivio prigionieri 1944.
Il simbolo dell’attesa è un disco con un puntino luminoso che ne percorre il contorno. È la metafora del tempo che passa, della vita che scorre mentre cerchiamo le risposte ai nostri perché. Fortunatamente alcuni quesiti trovano soluzione. L’immagine che compare è una enorme lapide di marmo su cui sono incisi migliaia di nomi. Provo a circoscrivere l’indagine: Auschwitz archivio prigionieri Laurent. Il disco riprende il suo giro. Anche la terra gira ancora.
Pochi istanti e un’altra lista compare. Sono centinaia i Laurent transitati nel campo di sterminio. Di nuovo: Auschwitz prigionieri ottobre 1944 Laurent. Il girotondo del mondo procede e avanzando torna al passato. Avile Laurent, 77753; Berger Laurent 77142; e poi Cohen, Cavalsky, Federman, Lanberg, Leny … Ci sono: Leny Laurent 77985. Salva. Stampa. Controllo il nome sul brandello del taccuino. Donatella torna con due panini e quando entra nella stanza, si porta dietro l’odore delle uova cotte in padella.
« Ecco qui, le mitiche frittatine alla Agata, monsieur ». Mi accorgo solo ora che è scalza, mentre io ho ancora addosso gli abiti del funerale. Le mostro la stampa con i nomi dei detenuti presenti nel campo nell’ottobre del ’44.
« L’hai trovato! » esulta. « È lui. Ne sono certa ».
« Può darsi » le dico cercando di frenare il suo entusiasmo.
« Prova a fare una ricerca direttamente con il nome completo ». Eseguo.
Leny Laurent compare nell’elenco dei partigiani in una targa commemorativa di un villaggio del sud della Francia.
« O edi? » Mugugna con la bocca piena, indicando il monitor. –« Ea un eoe ». Deglutisce e poi traduce dall’ingordo, « lo vedi? Era un eroe. È lui di sicuro! »
Le lascio il posto alla scrivania. Vederla mangiare mi ha svegliato l’appetito.
« Mettiti comodo baby, perché adesso ti porto in Francia. E vai con google maps! »
Mentre il computer carica le mappe, mi rendo conto che se non avesse proposto di mangiare io non mi sarei neppure accorto di essere tanto affamato. Lei riesce a svegliare ogni mio desiderio rendendolo una necessità.
La cartina è dettagliata: il municipio, le piazze, le strade e un museo alla memoria, dedicato alle vittime cittadine dell’olocausto.
« Copia l’indirizzo del sito del museo » le suggerisco, ma non occorre, perché il suo dito è già sul tasto d’invio. Legge scorrendo velocemente, inserendo dei “bla, bla” al posto delle notizie non rilevanti. All’improvviso grida:
« La foto, la foto! C’è la sua foto! » Un’altra istantanea dall’orrore del nostro passato prossimo. In questa però, ci sono tre giovani davanti all’insegna di un locale. Sorridono tutti, perché non sanno ancora che qualcuno ha deciso di barare al tavolo del destino. La didascalia dice “ I fratelli Leny: Armand, Laurent, Luc”.
Donatella sfiora lo schermo accarezzando l’immagine del giovane al centro del gruppetto.
« Ciao Laurent » sussurra dolcemente. In quel soffio di tenerezza riconosco la mia Donatella. Amica, sorella, sogno e struggente desiderio della mia adolescenza.
Le biografie dei martiri, con l’immancabile inventario dei supplizi, sono state le mie letture preferite durante l’infanzia. In casa non c’erano molti libri, a parte l’enciclopedia del Modulo e il Martirologio Cristiano, regalato a mia madre da una zia suora. Col tempo ho imparato a riconoscere come affinità quelle che di primo acchito potrebbero sembrare banali coincidenze. Laurent Leny presenta tutti i tratti distintivi del martire predestinato. È descritto come un giovane dall’animo sensibile, molto generoso e appassionato. Fu prelevato dai soldati nazisti durante una delle ultime retate condotte nel dipartimento dell’Essonne nel settembre del 1943. Si apprestava a fuggire per raggiungere uno dei suoi fratelli, sulle montagne al confine con l’Italia. Si era nascosto nella masseria di Bernard Aubert, con l’aiuto della figlia di lui: Cécile. Morì ad Auschwitz poco prima che Parigi venisse liberata.
Donatella non riesce a prendere fiato.
« Lo sapevo. Senti qua: nella stessa notte sono portate al comando di Grigny quindici persone, tra cui anche la giovane Cécile . Molti di loro non tornarono mai in paese. Furono torturati e poi confinati nel campo di Drancy, già sotto la direzione dei nazisti dal luglio del ’43 ». Si volta verso di me stendendo il braccio e indicando il taccuino sul mio letto.
« Aprilo » dice perentoria. « Leggi la data della prima poesia scritta ad Auschwitz ».
Scorro i fogli concentrandomi sulla decifrazione della calligrafia che pare, ad ogni pagina, più incerta nel tratto.
«Agosto, credo. Agosto 1944 ».
« Dallo a me, per favore … »
Ci scambiamo un’altra volta il posto: io al computer, lei al taccuino. La raccolta di poesie di Köhler occupa parzialmente lo schermo e da lì riprendo a leggere
“Molti hanno viaggiato nel ventre d’acciaio del demonio.
Quel mostro non sarà mai sazio, perché si nutre di paura”.
Donatella legge la versione di Laurent
“Ho viaggiato nel ventre d’acciaio del demonio Cécile e la notte non è mai stata così buia.
Quel mostro non sarà mai sazio, perché si nutre delle nostre paure”.
Non ci sono dubbi ormai, Hans Köhler deve aver incontrato Laurent durante la sua detenzione ad Auschwitz.
« Bastardo. Schifoso bastardo » ripete Donatella. « Gli ha rubato la vita due volte. Chiunque lo abbia gettato in fondo al lago, ha fatto un favore all’umanità! »
È furente. Le parole di Laurent hanno scosso la sua coscienza, e anche la mia.
« Senti che cosa scrive Laurent » mi dice sollevando la mano a mezz’aria.
“Mi hanno detto che devo sotterrare i morti, ma non è questo che faccio.
Io li trapianto Cécile.
Io semino anime, da cui germoglieranno uomini migliori”.
« L'ha visto morire, l’ha lasciato morire » insiste Donatella. « E poi si è nascosto come un topo, nella fogna di una vita senza rimorsi! »
Cerco tra i versi di Köhler ma quel brano non c’è.
Ha ragione lei. Ha guardato la guerra fare scempio di un uomo e poi ne ha violato l’anima. Ha ricalcato i bordi della vita di un altro, senza mai raggiungerne l’essenza. Devo sapere che ne è stato di Cécile. Compongo il nome sulla tastiera, confidando in un barlume di speranza. Eccola. Sospettata di collaborazionismo, fu condotta al comando di zona e interrogata. Restò nel presidio per tre giorni. Venne liberata insieme ad altre quattro persone il 28 settembre del 1943. Dopo la guerra, Cécile Aubert concluse gli studi e fu attiva nei movimenti e nelle associazioni che prestarono assistenza agli orfani. Attualmente vive a Grenoble.
« È viva ». La tensione dell’incertezza si scioglie nell’anelito di un sogno appagato. “Mia Cécile” mormora sommessamente una voce dentro la mia testa.
« Bisogna rendere pubblica questa storia ». Ha già in mente un piano Donatella, ed io sono una pedina del suo progetto.
« Giorgio ha un amico che lavora in un giornale importante. Basta una telefonata e ci procura un appuntamento. Gli mostriamo il materiale e vedrai … »
« No ». È uscito dalla mia bocca senza passare dal cervello. « Non consegnerò a Hans Köhler un’altra vittima. È vero, quell’uomo ha visto spegnersi milioni di vite. Sotto i suoi occhi sono passati studenti, bambini, madri, artisti, un’intera umanità in fila verso la morte. In nessuno di quegli sguardi ha trovato il coraggio per compiere il sacrificio di se stesso! Eppure, costruendo illecitamente la sua fortuna di autore, ha preservato la memoria di un poeta vero. So bene che non l’ha fatto per generosità ma qualsiasi cosa sia sopravvissuta al suo egoismo ora appartiene a Cécile! »
« È per questo che bisogna sputtanarlo davanti al mondo intero. Tutte quelle persone per lui erano nulla, erano solo punti invisibili ». Lo dice con la passione che anima tutte le sue battaglie e nell’impeto le vene sul collo si gonfiano di umano orgoglio.
« Deciderà Cécile che cosa fare » replico fermamente. « Tutto questo appartiene a lei ».
« Sei il solito fottuto insicuro! Ti mancano le palle Vale, come sempre! » Afferra rabbiosa i sandali e la furia che la possiede la precipita fuori da casa mia.
Tutti noi siamo punti impercettibili Donatella. Una lunga sequenza di puntini palpitanti in lotta contro il nero profondo del non essere. Abbiamo originato il mondo e le sue infinite forme incrociando i nostri cammini, curvando il destino in spirali voluttuose. Quando uno di quei puntini scompare, quando la nostra memoria ne oblia il ricordo, anche una parte del mondo muore, lasciando il posto a uno spazio senza vita. Ma forse Laurent Leny occupa ancora un posto nel cuore di qualcuno. Lo ripeto a me stesso stavolta, « deciderà Cécile ».
Ho deciso di viaggiare leggero: un jeans, una camicia e due notti insonni sono tutto il mio bagaglio. Da Roma a Grenoble il treno dovrebbe impiegare circa dieci ore, così avrò tempo per ripetermi quanto sono idiota. Mi sistemo nel sedile accanto ad un ragazzo con le cuffie nelle orecchie, che tamburella con le dita sul bracciolo della sua poltrona. Se non ha portato le pile di riserva, forse riuscirò anche a dormire un po’. Un “bip” nella tasca mi avverte dell’arrivo di un messaggio. È di Donatella, dice “Buona fortuna”. Il treno si muove ed io sono già pentito. In mano ho il taccuino di Laurent. Ho stampato anche la sua foto e ho preso con me tutto quello che mi aiuterà a trovare Cécile e a convincerla che non sono un pazzo esaltato.
Laurent scriveva:
“Mia Cécile, ho visto il sole spegnersi, oggi.
Moriva nella bocca di un bambino, ucciso mentre correva con le braccia arrese.
L’hanno lasciato nel fango fino a sera.
Gli ho chiuso gli occhi, ma la bocca è rimasta aperta e ancora grida in silenzio”.
Renderò il quaderno a Cécile, ma dividerò con lei la vera eredità di Laurent Leny. Il mio vicino tiene il ritmo di una canzone pop e il sonno mi sorprende a guardare le stelle del cielo di Milano. Sono punti brillanti divisi gli uni dagli altri dall’oscurità, ciò nonostante riescono a tracciare ugualmente il profilo del nostro universo.
Alla stazione di Grenoble ritrovo la folla rumorosa di viaggiatori e pendolari. Se non fosse per la voce acuta dell’altoparlante che sproloquia in francese, potrei tranquillamente trovarmi in una qualsiasi città del mondo. Ma sono qui, e presto incontrerò Cécile. Mostro al tassista il biglietto con l’indirizzo avuto dall’anagrafe di Grigny. Parte a razzo nel traffico e mi scarrozza per circa venti minuti prima di scaricarmi a un incrocio. Si sbraccia e sorride di continuo indicandomi la via da seguire a piedi. Il treno ha tardato più di mezz’ora. E ora di pranzo ormai, il momento meno indicato per incomodare una anziana signora. Rue Voltaire è popolata di zainetti che si rincorrono sui marciapiedi ed io avanzo, grazie ai loro spintoni, fino al numero quindici. Nell’atrio del palazzo trovo un po’ di frescura. Salgo a piedi cercando di decifrare i nomi sui campanelli. Terzo piano, Cécile Aubert.
« Se non è lei, pazienza, almeno ci avrai provato », mi dico decidendomi a suonare. Trascorrono i venti secondi più lunghi della mia vita, poi la porta si apre.
Sullo sfondo di una finestra appare la figura di una giovane donna, sfumata dal bagliore della luce. Sudato, affannato e stupido come mai prima, recito tutto d’un fiato il mio nome e cognome: « Sto cercando la signora Cécile Aubert » e subito mi ammonisco con un colpo sulla fronte. « Che cretino! L’ho detto in italiano ».
La splendida creatura ride ed io so per certo di essere un idiota.
« Non ti preoccupare Valentinò cretinò » mi dice mentre ancora ride di me. « Io parlo la tua lingua. Un poco ». Subito aggiunge « Io sono Cécile Aubert ».
« Non è possibile! » sostengo con fermezza. « Sei troppo giovane! ».
« Dipende per cosa, mon petit », ribatte lei maliziosa.
Sono esausto. Non ero preparato a tutto questo. Troppa strada, troppo caldo, tutto così imbarazzante!
« Ma forse tu cercavi mia nonna ».
« Sì, forse. Non lo so. Devo darle una cosa che credo le appartenga ». Le porgo il taccuino e il suo bel viso si stende in un sorriso di gratitudine nel vedere la foto di Laurent. Mi prende la mano e mi guida attraverso la porta.
« Oui Valentinò, è mia nonna, la mia dolcissima Mémé che cerchi. E questo è Laurent Leny, l’amore della sua vita ». La seguo con lo sguardo mentre versa l’acqua nel mio bicchiere e intanto mi racconta di Cécile e dei giorni trascorsi nel distretto durante gli interrogatori.
« Minacciarono di uccidere la sua famiglia se non avesse riferito tutto quello che sapeva sui partigiani ma lei non sapeva nulla ».
Si muove leggera nella nuvola azzurra della sua camicetta, annodando per me i fili di una struggente trama d’amore.
« Mia nonna seppe della fine di Laurent subito dopo la guerra. Dopo la morte dei suoi genitori si trasferì a Grenoble. Io sono la figlia di Paul, suo figlio ».
La Cécile che ho davanti ha poco più di vent’anni. Ha lunghi capelli che le incorniciano il viso e un corpo teso e sottile. Mi parla piano, in una lingua imparata sognando di visitare l’Italia, con la erre che ogni tanto le solletica la gola.
« Mémé adesso sta a Vizille, in una casa per anziani. Dice che Grenoble è troppo caotica ormai. Vorresti andare da lei, Valentinò? »
Faccio cenno di sì con la testa.
« La chiamo subito. Saremo da lei in poco più di mezz’ora ». E sparisce dietro una porta a vetri. “Mia Cécile” dice la mia voce nella testa. Poco dopo mi raggiunge in cucina « Sei sicuro di voler andare adesso? Sei venuto a piedi dalla stazione con questo caldo! »
« Nessun problema » rispondo. « Ho preso un taxi, venti minuti nel traffico mi hanno fatto sentire a casa ».
« Venti minuti di taxi per venire dalla stazione? Ma se ce ne vogliono dieci a piedi! »
Cécile giovane ride di nuovo della mia ingenuità. È proprio vero, uno scemo è uno scemo in qualsiasi posto del mondo! La guardo e sento che non ho più bisogno d’altro.
Mia Cécile, sono qui per te. Salvami. In macchina, mentre guida, mi chiede di leggere i versi di Laurent. «In italiano, per favore, la vostra lingua ha un suono molto adatto alla poesia e tu hai una voce molto dolce ». Leggo per lei e per me, perché ora ogni parola ha un significato diverso.
Mémé ci aspetta sotto un portico, seduta su una panchina. Il tempo ha piegato la sua schiena ma la luce nei suoi occhi è ancora la vivida stella del mattino.
Cécile le parla con dolcezza accarezzandole il viso appassito. Avvolgono insieme la matassa del passato ricucendo lo strappo con le parole di Laurent. Cécile si gira verso di me e mi guarda col volto della luna. A Mémé dice « Lui è Valentinò ».
La donna tiene il taccuino stretto al petto, finalmente ricongiunto al suo cuore. Guarda Cécile e sorride « Mais évidemment ma chérie ».
« Non potrebbe essere altrimenti, mia cara ».

 

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